PIANTE/SEMI

fatevi le vostre varietà

Tratto dal libro minima ruralia di massimo Angelini;

Le varietà potrebbero essere paragonate a un manufatto; comunque sono un lascito, un’eredità, un patrimonio comunitario per definizione. Definire le risorse genetiche e espressione di fragile consapevolezza o imbarazzante forma di ridotti risma, come sarebbe se si definisse un mobile come un aggregato di molecole, un dipinto come una somma di pennellate, o una persona come un campionario di automatismi fisiologici e di tic culturali. Le varietà, come le forme spontanee, sono il prodotto di un incontro, nel tempo, tra una specie, un terreno e un clima, ma, ben più delle forme spontanee, sono anche il prodotto dell’incontro con una cultura, in un luogo e in un ambito comunitario. In questo senso, le varietà tradizionali, quando sono tramandate adattate in un luogo, sono varietà locali, caratterizzate in modo originale comunque dinamico sia nella loro modalità e di genetica, quella che agisce sulla continua ridefinizione del codice genetico, sia nei loro aspetti fenotipici, quelli esteriori legate alla forma e al comportamento.

Quella della purezza delle varietà è  dunque un’esigenza estranea al mondo contadino. Distinguibilità, uniformità, stabilità e purezza caratterizzano invece le varietà commerciali, le cultivar, sono requisiti previsti per l’iscrizione ai registri parietali, sono coordinate buone per i parametri ufficiali, definiscono i limiti per la commercializzazione delle sementi, sono caratteri conformi alla loro progettazione e allo sfruttamento dei benefici commerciali legate al loro uso. Cosa hanno a che fare con i campi dei contadini nei quali, dove più dove meno secondo le caratteristiche di fertilità delle specie, le varietà si incrociano liberamente dando vita a mescolanze e popolazioni?”

Dove non ci sono varietà locali, si possono “ricostituire”?
Sì, e alzando il velo delle ideologie, consideriamo che: Tutto ciò che vive, si adatta e si trasforma nel tempo. “Vieni sotto il mio cielo, prenderai il mio colore” dice, tradotto dal dialetto, un proverbio della mia terra. Poco o tanto ogni pianta risponde al luogo dove vive e nel tempo “prende il suo colore”. Il frumento Gentilrosso selezionato e tramandato per decenni in Toscana, messo sulla montagna dietro Genova (altra terra, altro clima, altra acqua, altro ciclo di luce, altro concime, altre cure, altra lingua, altri dialoghi, altre attese, altri pregiudizi) dopo uno, cinque o venti anni, poco o tanto, sarà diverso. A volte solo per l’aspetto, la forma e il comportamento (e se è solo questo, tornato in quel luogo della Toscana da dove è venuto tornerà com’era), a volte – oggi si chiama epigenetica – tutto ciò va a influire nel profondo, va a modificare lo stesso patrimonio genetico, e restituirà una mutazione. Poco o tanto, ma qualcosa di già diverso. Che noia la retorica delle varietà tradizionali, autoctone e pure, ché guai se si mescolano, se s’imbastardiscono! Che noia, e quanto inconsapevole leghismo, quanto cuore urbano in chi predica l’isolamento “razziale” delle varietà, l’apartheid del mais Ottofile che se s’innamora di un Dodicifile chissà che meticcio ne esce. Gli ibridi (normalmente) non sono sterili! Pochi lo sono davvero perché non danno semi; la maggior parte non lo sono affatto. O meglio: lo sono solo perché riseminati non restituiscono precisamente la pianta dalla quale derivano, ma tornano indietro e fanno uscire i genitori (di quella pianta), i nonni e tutti i parenti che a quella pianta nel tempo hanno portato. Allora? Allora proporrei di fare così; Seminate quello che vi piace e non curatevi se quello che seminate è tradizionale o recente, se è locale o commerciale. Se dura e si riproduce, nel tempo si adatta e cambia e se ora non è ancora “locale”, nel tempo lo diventerà; e quando lo consegnerete ai vostri figli allora propriamente si potrà dire “tradizionale”, perché la tradizione è, in senso letterale, precisamente la consegna nel tempo. Seminate gli ibridi: se si riproducono torneranno indietro con la memoria e vi racconteranno la loro storia genetica e nel tempo anche essi si adatteranno, poco o tanto, e diventeranno anche essi locali. Lasciate che le piante s’innamorino e non si viva in un mondo di cloni. Verranno mais diversi, zucche diverse, fagioli diversi tra loro. Non selezionateli, lasciate che siano la terra, il tempo e la Provvidenza a farlo che tutti e tre la sanno molto più lunga di voi e decideranno cosa non resterà e cosa resterà e, presto o tardi, diventerà nativo come potrete diventarlo voi restando sulla terra che vi ospita. Fate come si fa ai figli, che non si scelgono e vogliamo bene a quello più pigro e a quello più vivace, a quello più ingenuo e a quello più arguto, così voi non scegliete i semi, se potete metteteli tutti. Nel tempo saranno loro a scegliere voi.

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