TERRA/VALLI

la microagricoltura di montagna

“Non è facile sporcare di terra le parole sull’agricoltura; questo è il tempo della comunicazione, è la civiltà dell’immagine, dove le parole bastano a sè stesse e qualche volta parla di più chi meno sa. Così penso a chi predica il ritorno alla terra a quei cittadini scolarizzati come me che, quando vanno a vivere in campagna, li riconosci facilmente perchè sono quelli che fanno la lezione agli altri. Un po’ moralisti, un po’ millenaristi, a volte teorizzano il ritorno alla terra anche se ci vanno a vivere per la prima volta. Parlano con sicurezza di agricoltura biologica, biodinamica, sinergica o del non fare, parlano di permacultura, di orti circolari o a spirale, cercano le antiche varietà, anche se non hanno ancora provato a zappare un orto, e appena lo fanno si sentono già contadini. Va tutto bene, ognuno fa ciò che può e ciò che sa. E va bene provare a coltivare, e se si riesce a raccogliere qualcosa è meglio. Ma prima di tutto, bisognerebbe imparare a coltivare in silenzio e, soprattutto, il rispetto e l’ascolto per chi il lavoro della terra lo fa davvero, e di agricoltura deve vivere, anche se i suoi metodi non sono biologici, nè sinergici, nè olistici, nè naturali.”

Questo pezzo, che io condivido, è tratto dal libro “minima ruralia” di Massimo Angelini, dopo averlo pubblicato sui social ha toccato molte persone, per lo più positivamente, qualcuno si è riconosciuto, altri hanno preferito dissentire, altri si sono chiesti perchè portare rispetto per chi non fa il biologico, il libro parla di molte altre cose, riferito ad uno specifico contesto, quello dell’agricoltura di montagna in particolare Ligure, dove ogni giorno la gente lotta per sostenere i versanti e i terrazzamenti, dove la terra ha subito l’abbandono, dove i giovani, pochi, hanno ripreso a coltivare senza tanto clamore e paroloni.

Le persone che vivono qui e coltivano in modo responsabile e sano sono estranei al mondo delle varie definizioni; permacultura, food forest, orto sinergico, ecc…senza seguire dogmi o i nuovi guru, sono riusciti a coniugare approcci sostenibili moderni con esperienza e saggezza contadina di altri tempi, c’è chi sceglie di certificarsi bio e chi no, ma per questo non vuol dire che non lo faccia, questi sono luoghi in cui non è arrivata l’agricoltura industriale, perchè è arrivata l’industria vera e propria, a parte gli allevatori con il loro mais del fondo valle, ma io faccio fatica a metterli nella categoria degli agricoltori, i piccoli anziani contadini di un tempo hanno coltivato per decenni senza sostanze chimiche, anche se così non fosse possono darci qualcosa, sta a noi scegliere cosa, il fatto è che la parola “biologico” è solo un protocollo, una sigla, un diktat, altre definizioni come food forest, permacultura, sinergico, ecc…a loro non dice nulla, sono solo parole che servono a rassicurare la gente ed un certo modello di consumatore moderno, anche a me capita spesso che la gente mi chiede perchè non cito la permacultura quando parlo delle mie esperienze, la mia risposta è; perchè dovrei citarla? succede spesso che cittadini arrivati in montagna con ancora le mani pulite si mettano con saccenza a consigliare chi da anni coltiva qui, solo perchè hanno un curriculum di corsi e libri letti, vogliono coltivare solo semi antichi ma fumano le canne da cannabis super selezionata e ibridi moderni, vivrebbero unicamente barattando senza l’uso del vil denaro, fanno la morale vegana e sono un poco freakkettoni, un testardo e burbero montanaro come pensate può prenderla? Ricordo un ragazzo di città trasferitosi in valle a cui piaceva tanto la parola permacultura, la citava spesso, consigliò ad una persona del luogo con cui dovevano coltivare in società un campo a patate di non arare il terreno, perchè la microbiologia del suolo ecc… ecc…il valligiano non gli diede retta, l’anno dopo il ragazzo decise sempre nello stesso campo di ripiantarle, però a modo suo, seguendo certi principi, bè! il campo è ora prato e non è cresciuto nulla, perchè nulla è stato seminato, la forca e la zappa sono state abbandonate sotto le intemperie, troppo faticoso, troppo bassa la terra e troppo dura, tanti e tanti sassi. Fare agricoltura, permacultura o come volete chiamarla non significa mettere una fila di mais, che per questo avrà problemi di impollinazione, e cercare di farci arrampicare i fagioli.

Noi montanari siamo un poco zucconi, orgogliosi e permalosi, lo ammetto, io non ho la cultura e l’istruzione di Angelini ed ho un sacco di difetti, ma non sono fortunatamente cittadino, e traduco brutalmente la frase a modo mio; cittadini, non venite sulle montagne a scassarci le… 🙂

Le foto dell’articolo sono state “rubate”; all’azienda agricola Luna piena, all’azienda agricola Comazera, all’azienda agricola freschi, azienda agricola frammenti, e bepete BAM birrificio autonomo Malonnese, tutte aziende di Vallecamonica.

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4 thoughts on “la microagricoltura di montagna

  1. Capisco cosa dici, ma non mettiamoci gli uni contro gli altri. Tutti coloro che pensano che questo mondo debba essere un luogo migliore, che sia arrivato il momento di prenderci cura della terra e di chi la abita, devono dialogare e fare parte di un’unica grande ‘cordata’. Solo così potremo fare sentire la nostra ancora flebilissima voce! :))

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  2. Pingback: la microagricoltura di montagna – alessandrodalbosco

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